Report Trans D’Havet.  Una corsa nella storia, una storia di corsa!

Report Trans D’Havet. Una corsa nella storia, una storia di corsa!

Bella, spettacolare e dura!
Queste sono le prime tre parole che mi vengono in mente pensando alla Trans D’Havet che ho appena portato a termine.
Ma se mi soffermo ancora un po’ a pensare me ne vengono in mente anche altre: pioggia e fulmini, sole e caldo.
Allora andiamo per ordine, magari raccontando nel dettaglio queste parole apparentemente senza senso e slegate tra loro prenderanno il giusto posto.

La gara prende il via a mezzanotte di venerdì da Piovene Rocchette e si concluderà a Valdagno. Per questo tutti noi atleti ci si trova qui per ritirare il pettorale.
Arrivo presto, troppo, alle 17, solo, i miei soliti amici e compagni sono ognuno a suo modo impegnati o con impegni famigliari o con altre gare.
Ho tutto il tempo di innervosirmi al caldo…vedere Nibali vincere la tappa al tour, cenare e assistere al briefing e agli avvisi di sicurezza dovuti al maltempo che non mi tranquillizzano affatto.
Finalmente alle 23 salgo su un pullman insieme agli altri concorrenti e si parte verso la linea di partenza.

A Piovene c’è la festa del paese, musica, danze, giostre, cibo di strada e tanta gente, un contesto piacevole in cui provare a stemperare la tensione ormai alta del prepartenza e finalmente sentire il colpo di pistola. Ed infatti eccoci correre in mezzo a due ali di folla festanti ed entusiaste che mi danno la carica… siamo un bel serpentone allegro.
Tiene alto l’umore anche il fatto che il tempo sembra reggere ed in poco abbandoniamo l’asfalto ed iniziamo a salire nel bosco.
La prima salita non è impossibile, le gambe ancora fresche aiutano, ma ecco che ormai in cima i tuoni inizialmente lontani sembrano avvicinarsi. Un ragazzo al mio fianco dopo l’ennesimo lampo di luce e boato relativamente lontano mi dice “be insomma per fortuna si allontanano secondo me la scampiamo e se ci dice bene non prendiamo neanche l’acqua”. Un minuto dopo inizia a diluviare, 5 minuti dopo oramai in cima, sulle creste, siamo nel mezzo di una tempesta di fulmini. Mi auguro che questo ragazzo non mi dica mai guardandomi in faccia che mi vede bene, in forma.
Procediamo per tutta la discesa, già di per se tecnica e difficile, in mezzo alla bufera e con i fulmini che cadono a poche decine di metri e che obbiettivamente , non mi vergogno a dirlo, mi hanno spaventato davvero molto!
La coda della gara viene addirittura fatta deviare in modo da non farli passare in cima al monte Summano e metterli in una condizione di maggiore sicurezza.
Nel frattempo in testa alla corsa alcuni top runner si ritirano, in mezzo al gruppo circolano voci non confermate che la scelta è nata dal fatto che non si sentivano sicuri in mezzo ai fulmini.
Ad ogni modo siamo ultratrailer…un po’ matti già ad iscriverci a certe gare e non tradiamo questa nostra peculiarità fermandoci per cui andiamo avanti, discesa e successiva salita fino al monte Novegno ancora con la pioggia, per fortuna i fulmini sono diminuiti molto, a tratti spariti del tutto.
Arrivati in cima la frontale illumina mille occhi! “e che sono arrivati gli alieni!” No un branco di mucche che, pur miti e buone di giorno, di notte risultano alquanto inquietanti! Poco dopo possiamo scaldarci e rifocillarci in un bel ristoro gestito dai mitici Alpini.

Si riparte, nel frattempo ha smesso di piovere per fortuna…via in discesa. L’altimetria disegna un piccolo dentino che risponde al nome di Monte Alba, poca roba neanche 200 m di dislivello, si ma in verticale! Aiuto! Dopo di che si affronta la mitica strada delle 52 gallerie. Davvero spettacolare ed impressionante, sia a livello paesaggistico ma anche come opera di ingegneria! Costruita in pochi mesi durante la prima guerra mondiale risulta essere davvero un’opera titanica soprattutto pensando ai mezzi dell’epoca.
E’ titanica anche percorrerla! Il calvario è acuito dal fatto che le gallerie sono tutte numerate e che quando dopo un po’ viene normale dire “Ne ho già fatte un bel po’ ormai ci siamo” e si alzano gli occhi per vedere il numero della galleria che si sta per affrontare la brutta sorpresa è che stai affrontando la numero 24 e te ne mancano ancora più del doppio! Però il panorama è mozzafiato e ricompensa le energie spese. Io ho percorso tale strada alle prime luci del sole ed era veramente eccezionale la scena che spesso mi si poneva davanti agli occhi!

Dopo il rifugio Papa inizia la discesa e, ormai a giorno fatto e con un piacevole clima, finalmente si arriva a Pian delle Fugazze spartiacque tra il Veneto e il Trentino e anche tra la prima e la seconda metà della gara.
Sento molti dire “il più è fatto” ma una volta ripartito dopo aver affrontato un breve salita in un bosco di faggi, una pianoro di bellezza incontaminata e un po’ di mangia e bevi (misto salitelle e discesine) ecco che mi si para davanti la salita alla Cima Carega 1000 metri più in su. Dura, davvero dura e tecnica, contando che si hanno nelle gambe già quasi 50 km e 3000 metri in salita. Nel frattempo il sole è alto e si inizia a sentire il caldo, cosa che non rende certo più spedito il mio passo. In un modo o nell’altro comunque arrivo su. Ristoro! C’è da bere, ne avevo bisogno, ma purtroppo niente da mangiare, per i “solidi” bisogna andare più avanti, peccato perché dopo aver speso così tante energie in salita avrei volentieri messo qualcosa sotto i denti che non fosse il solito gel o barretta. Peccato.

Riparto, nel frattempo , come spesso accade in gara mi ritrovo a correre con alcuni compagni di avventura, Sandro ed Elena, si chiacchera e i Km ed il tempo passano più facilmente.
La discesa è corribile, poi un paio di denti (salita e discesa) ed ecco un discesa lunga, il primo tratto davvero bello , si corre su di un tappeto erboso molto soffice, poi diventa più insidiosa e ripida ed in alcuni tratti esposta. Nel frattempo però nonostante la corsa sul prato l’acqua della notte prima inizia a farsi sentire. Vesciche! Ho sbagliato a non cambiare le calze appena finita la pioggia, temporeggiare ancora un paio di ore in attesa che anche le scarpe fossero asciutte mi è stato “fatale”.

Due belle bolle, grosse come tutto l’avampiede si fanno sentire ad ogni passo già da diversi km, fino ad ora avevo fatto finta ti niente ma adesso fanno DAVVERO male… che fare le scoppio? Noooo …abbandono la gara? Neanche dopo morto…Unica soluzione stringere i denti ed affrontare l’ultima salita, il tempo inteso come cronometro è dalla mia parte, quello atmosferico no, sono le 4 del pomeriggio e fa molto caldo!
Stringo i denti inizio la salita e lascio andare avanti i miei compagni, ormai inesorabilmente più veloci di me, li incontrerò più avanti sul percorso Elena con un problema al ginocchio ce la farà comunque a tagliare il traguardo, Sandro a riposarsi all’ultimo ristoro prima di ripartire e precedermi sul traguardo.

Sono in cima ecco che inizia l’ultima interminabile discesa. Davvero lunga, un po’ per la stanchezza un po per il ritmo ormai blando mi sembra infinita!
Finalmente entro in paese…come spesso accade mi sento rivitalizzao le gambe iniziano di nuovo a girare e anche le vesciche sembrano dolere di meno. Corro leggero, manca un km, 500 metri, 50 metri, ed ecco che quando ne mancano 30 mi sorpassa un concorrente più agile e fresco. Sereno lo lasco passare ma dal pubblico una signora in veneto mi dice “ohi vecio mica lo lascerai andare via così quel toso lì?” la guardo , mi guardo attorno e chiedo an un’altra sciura “che faccio signora vado a prenderlo” e lei “e vai vai che spetti cori su!”.
La goliardia e il tifo delle due veneri ultrasettantenni mi mette le ali ai piedi e parto producendomi in uno scatto che neanche un centometrista! Sorpasso a pochi metri dal traguardo e arrivo davanti di 2 secondi!
Ovviamente racconto l’episodio all’altro concorrente ed insieme ci facciamo una risata!
Finalmente una meritata birra, ripensando alla dura notte umida e spaventosa, alla giornata calda appena trascorsa e ai paesaggi mozzafiato.

TRANS D’HAVET 2015
82,5 km 6010m D+

PRO
Paesaggio molto bello.
Percorso tecnico e duro, all’altezza di gare più blasonate.
Ottima balisatura.
Felpa finisher molto bella ( per la serie anche l’occhio vuole la sua parte).

CONTRO
Ristoro a Cima Carega solo liquido, del solido o meglio ancora del caldo sarebbero stati utili, specialmente se il tempo fosse stato inclemente.
Scarse informazioni da parte degli addetti ai ristori sul proseguo del percorso.

DA VALUTARE
Mancanza di punti protetti da pioggia e vento in cui cambiarsi ai ristori.

Grazie agli amici del Circolo Fotografico Leoniceno, in particolare a Matteo Cristofanelli per la foto di apertura.
Per vederne altre clicca qui Foto TDH

Author

Pietro S.

Pietro S.

Amo la natura, viaggiare e sono curioso. Ho scoperto la corsa e ho capito che è un ottimo mezzo per esplorare ed immergermi nell'ambiente che mi circonda. A quel punto il passo è stato breve e ora sono trail addicted!

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